Il Blog di Luca C.

Il vagabondo di via Roma

Posted on: 14 dicembre 2008

 
In via Roma ci sono tanti passanti, giovani truzzi, vecchiette ingioiellate che sperano di far colpo, manager stressati, ovviamente i venditori, ma anche tanta gente povera, che chiede l’elemosina, nella via più ricca e snob di Torino.
Tra questi ultimi c’è un uomo con la barba bianca, un vagabondo, un barbone, che avrà scelto come sua abitazione il salotto della città.
Lo vedo andare avanti e indietro per la via, in tutte le stagioni; nelle mani tiene una quantità di sacchetti di plastica con dentro vestiti e chissà cos’altro.
Cammina lentamente con la schiena curva, come se portasse un enorme peso, forse il peso della vita che lo ha ridotto in quello stato o forse per la vergogna di essere giunto in quello stato. Ogni tanto si ferma, si immobilizza, come se fosse una statua: forse pensa, forse si riposa, forse maledice le persone frettolose che con abilità e indifferenza lo evitano.
Anche d’estate vestiva sempre una giacca a vento e un cappuccio, perché si sa d’estate si resiste, ma d’inverno no. Il freddo non perdona. Da qualche settimana questo vecchietto è rimasto solo con un maglione di lana e i suoi sacchetti di plastica. Forse gli avranno rubato i suoi abiti invernali nella notte, avrà dovuto lottare per non farseli portare via, invano.
Qualche mattina fa che ancora era buio, l’ho rivisto quasi all’angolo con Piazza Carlo felice, immobile e curvo come sempre, davanti un negozio di vestiti alla moda, forse a riscaldarsi con i potenti faretti che illuminavano la vetrina.
Mi sono quasi spaventato perché pensavo stesse male, quando un uomo con un giaccone di quelli che hanno il cappuccio con la pelliccia, gli si avvicina, gli chiede qualcosa e poi gli mette qualcosa in mano, andandosene via sorridente e soddisfatto di avere fatto una buona azione nel periodo natalizio.
Per la prima volta ho visto proprio bene il barbone in faccia. Ha aspettato che l’uomo se ne andasse, per raddrizzare la schiena con una fatica immane e con forza lanciare una moneta in una delle tante griglie che percorrono i portici della via.
Gli ho letto in faccia un sentimento di disprezzo, di rabbia come per urlare al gentil uomo: ma che cosa me faccio di un misero euro, pezzente!
Ci ricordiamo di questa gente solo nel periodo di Natale: poverini dormiranno al freddo, mangeranno resti di pizza e hamburger che troveranno nei bidoni dell’immondizia. E quando gli diamo il nostro euro siamo così contenti di averli aiutati: che bello! Ci sentiamo la coscienza a posto, e poi ritorniamo nelle nostre calde case a mangiare fino a star male, davanti al telegiornale che ci ricorda che a Natale i volontari daranno da un pasto e un letto caldi a questi diseredati!
Dico solo che ci vorrebbe un po’ di coerenza: o è Natale tutti i giorni o non è Natale mai!
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