Il Blog di Luca C.

Riflessioni di giugno

Posted on: 1 giugno 2009

 
Eppure si volevano bene, si rispettavano.
Ma noi partecipavamo a un altro mondo, più audace forse, senza dubbio più promiscuo, Eravamo tempre friabili, figli della mollezza, di quel benessere sbandierato come l’unica conquista necessaria.
[…] Le poche coppie di trentenni che ci capitava di frequentare erano deprimenti. In pochi anni si erano rilasciati, imbolsiti… nei ristoranti, nei camerini dei negozi, negli spogliatoi delle palestre parlavano a voce alta di soldi e di sesso. Non dicevano fare l’amore, dicevano scopare, sbandieravano la loro vita intima. Il pudore sembrava scomparso, divorato dall’ironia.
 
Per non soffrire bisogna diventare un po’ stupidi.
 
Pesci, pensai, non siamo altro che pesci… branchie che si gonfiano e si chiudono… poi viene un gabbiano che dall’alto ci prende e mentre ci smembra ci fa volare, forse è questo l’amore.
 
Non ero brava in matematica, soffrivo. Copia, mettiti vicino a qualcuno che ti fa copiare. Io diventavo rossa, non mi sembrava un consiglio adatto al mio orgoglio. Tu non capisci niente, papà. Invece capiva tutto. impara solo quello che ti piace, Gemma, il resto lascialo agli altri, non ti accanire.
 
<<La propaganda trova proseliti nella campagne, è facile convincere un contadino che il tuo vicino è un turco che vuole rubarti la terra e tagliarti la gola… ma qui non ci sono turchi, né cetnici, né ustascia. Qui siamo solo sarajeviti…>>
 
<<Le guerre cominciano in tempo di pace nelle periferie delle città, mentre voi ve ne state nei vostri circoli culturali a discutere di poesia…>>
 
Si fa sempre una gran bella figura a parlare di politica internazionale, non si dice niente di utile per il mondo e niente di vero su se stessi. […] Su questo terrazzo si gioca a Risiko.
 
Se il destino di un uomo è annegare, annegherà anche in un bicchiere d’acqua.
 
Ora avrei la cura per i potenti del mondo, per gli uomini in giacca e cravatta intorno al tavolo della finta pace. Bisognerebbe posare il bambino blu su quel tavolo. Dovrebbero restare chiusi in quella stanza, senza potersi muovere. Restare. Vedere la morte che fa il suo lavoro metodico, che se lo mangia da dentro. Distribuire panini, sigarette, acqua minerale e lasciarli lì, metre il bambino si svuota, si decompone fino alle ossa. Per giorni. Per tutti i gironi che ci vogliono. Questo esattamente farei.
 
Dentro di me crepitava una risata aspra e folle, gonfia d’umor nero, come le barzellette dei sarajeviti. Questo bambino è un granchio preistorico, scampato a una guerra, eppure appena approdato su queste strade flautate ha già bisogno di un seggiolino a uovo per sopravvivere! Com’è idiota la vita in tempo di pace.
 
[…]la legge può farsi una passeggiata, l’amore va lasciato dove sta.
 
La vita e la morte non si decidono, in mezzo possiamo imboccare una strada più difficile, sfidare il destino, ma in fondo gli facciamo solo il solletico.
 
Tieni un capo del filo,
con l’altro capo in mano
io correrò nel mondo.
E se dovessi perdermi
tu, mammina mia, tira.
 
[…]l’odio s’impara in una notte.
 
Dice Dio non dovrà perdonare nessuno. Dice che si vergogna di appartenere alla razza umana. […]dice Dio non perdonerà nemmeno i bambini.
 
E’ il lavoro di quest’estate. Un lavoro che lo deprime. Gli piace sempre meno, questo mondo che prende le impronte digitali ai bambini Rom, che scheda le creature minori.
 
La speranza appartiene ai figli. Noi adulti abbiamo già sperato, e quasi sempre abbiamo perso.
 
(Margaret Mazzantini, 2008, Venuto al mondo)
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