Il Blog di Luca C.

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Il riassunto: il protagonista Octave è un pubblicitario creativo di enorme successo. Da lui dipendono le più importanti multinazionali che vogliono promuovere i loro prodotti e viceversa. Il successo e i soldi portano Octave ad una vita fatta di estremi, di cocaina e sesso a pagamento. Octave, che comunque è una persona intelligente e acculturata, ci aprirà la mente sul mondo delle pubblicità (e dei loro messaggi), sul potere delle multinazionali e sulle influenze (negative) che esse hanno sulla società intera. A Octave questo sporco gioco non piace più e ha deciso di vendicarsi denunciandolo, anche con un po’ di notizie storiche e facendo nomi (da controllarne poi la veridicità), in questo interessantissimo libro, mescolando le sue tragiche vicissitudini personali e cercando un’alternativa al mondo attuale.

Il mio giudizio personale: sinceramente pensavo si trattasse di un saggio, mentre invece mi ritrovo fra le mani una specie di diario scritto quasi di getto da un pubblicitario cocainomane. In realtà lo scrittore è Frédérich Beigbeder. Sicuramente nel volume vengono narrate situazioni “un po’ forti”, ma l’argomento è così interessante che lo inserirei tra i libri che bisognerebbe far leggere  agli adolescenti che frequentano la scuola dell’obbligo. Giusto per aprirgli la mente, per mettergli la pulce nell’orecchio, per far capire loro a che bassezza è arrivata la cultura occidentale e consumistica, con la speranza di un qualche cambiamento sociale radicale, perché di questo passo non va bene. Il consiglio lo estendo anche a tutti quelli che si fanno rapire da tutte queste “realtà plastificate” che creano falsi bisogni e non si rendono conto che ci hanno lobotomizzato il cervello. Per dirla alla Caparezza Siamo peggiorati tanto che te ne vergogni, che i migliorati sono solo bambole dei sogni. […] Ridi pure, ma la situazione è tragica…*

La citazione: Sono un pubblicitario: ebbene sì, inquino l’universo. Io sono quello che vi vende tutta questa merda. Quello che vi fa sognare cose che non avrete mai… Io vi drogo di novità, e il vantaggio della novità è che non resta mai nuova. C’è sempre una novità più nuova che fa invecchiare la precedente. Farvi sbavare è la mia missione. Nel mio mestiere nessuno desidera la vostra felicità, perché la gente felice non consuma.

[…]l’uomo moderno preferisce, nel complesso, essere buono. Detesta solo annoiarsi. La noia lo terrorizza, mentre non c’è nulla di più costruttivo e generoso che una giusta dose quotidiana di tempi morti, di istanti inerti, da soli o in compagnia. Octave lo ha capito: il vero edonismo è la noia. Solo la noia permette di godere del presente, ma tutti hanno l’obiettivo opposto: per divertirsi gli occidentali evadono attraverso la televisione, il cinema, internet, il telefono, i videogiochi, o una semplice rivista. Fanno le cose ma non ci sono mai con la testa, vivono per procura, come fosse un disonore accontentarsi di respirare qui e ora. Quando ci si piazza davanti alla tv o a un sito interattivo, quando si parla al cellulare o si gioca con la Playstation, non si vive. Si è da un’altra parte rispetto a dove si sta. Forse non si è morti, ma neanche troppo vivi. Sarebbe interessante misurare quante ore al giorno passiamo altrove dall’istante. Altrove da dove ci troviamo. Tutte queste macchine ci rendono sempre meno presenti a noi stessi, e sarà sempre più complicato sbarazzarsene. Tutti quelli che criticano la società dello spettacolo hanno la tele in casa. Tutti i denigratori della società dei consumi hanno una Carta Visa. La situazione è inestricabile. Nulla è cambiato dai tempi di Pascal: l’uomo continua a fuggire la propria angoscia con il divertimento. Solo che il divertimento è diventato così onnipresente da sostituire Dio.

Info:

http://www.lafeltrinelli.it/libri/frederic-beigbeder/lire-26900/9788807817915

https://it.wikipedia.org/wiki/Fr%C3%A9d%C3%A9ric_Beigbede

*Caparezza, Limiti (Verità supposte), 2003

[…] così è fatta la natura umana. Gli studi e le ricerche sul campo condotte da sociologi, economisti e psicologi sottolineano spesso come le persone, indipendentemente dalla cultura cui appartengono, siano restie ad attribuire agli avvenimenti che esistono solo in un possibile futuro la stessa importanza che danno a quelli imminenti. Si tratta del medesimo atteggiamento che fa sì che americani ed europei, benché ricchi e istruiti trovino così difficile controllarsi nel consumo di alcol, fumo o di cibo in eccesso. Spesso ai comportamenti “cattivi” si associa una gratificazione immediata, mentre i connessi danni per la salute diverranno evidenti solo nel giro di anni.

E’ una tragica, anche se ovvia, rappresentazione di come il nostro sistema economico fallisca di fronte al compito di soddisfare i bisogni di tutta l’umanità e lasci milioni di persone di ogni paese in mezzo ai guai e alla sofferenza perché pochi speculatori inseguono ciecamente l’obiettivo di profitti sempre più alti.

Tutto cambia se ci caliamo in un mondo popolato da persone multidimensionali, interpretato da una visione che adotta come metro di misura del successo il contributo di ciascuno al benessere di tutti. Per ridurre la miseria della povertà si pensa, convenzionalmente, di ricorrere alla redistribuzione del reddito, tassando i ricchi e impiegando il ricavato per il bene dei poveri. In un’economia abitata da esseri multidimensionali si innesca invece una specie di processo di autoredistribuzione del reddito in cui alcuni ricchi impiegano il business sociale per sradicare la povertà. Per lo stato allora può risultare più facile ed efficiente incentivare i ricchi ad affrontare i problemi sociali dando vita a imprese con finalità sociali in molti campi diversi, piuttosto che ricorrere alla leva fiscale per finanziare l’arsenale degli ammortizzatori sociali e altri programmi di intervento pubblico di dubbia efficienza. Per garantire che anche i poveri possano beneficiare della crescita economica non è solo necessario che la torta continui a crescere, ma anche che la porzione che tocca ai poveri cresca a velocità maggiore.

Se vogliamo fare delle previsioni possiamo seguire due strade . Una è quella di raccogliere i migliori esperti di scienza, tecnologia ed economia chiedendo loro di formulare le più acute e lungimiranti proiezioni a venti anni che la loro competenza consente. L’altra è di chiedere ai più brillanti scrittori di fantascienza di immaginarsi il mondo del 2030. E se poi chiedete a me quale delle due strade abbia le migliori chance di cogliere nel segno, rispondo senza esitazione: quella degli scrittori di fantascienza. La spiegazione è molto semplice: gli esperti sono abituati a fare le loro previsioni sulla base dell’esperienza passata e della situazione presente, ma nel mondo reale sono i nostri sogni a dare la spinta decisiva agli eventi della storia. Per descrivere il mondo del 2030 possiamo partire preparando una lista delle cose che ci piacerebbe trovare. Per esempio: […]

I sogni sono fatti di cose “impossibili”. All’impossibile non si arriva seguendo le menti analitiche condizionate a pensare in base all’informazione fattuale così com’è generalmente accessibile. Sono menti che ospitano lampeggianti rossi pronti a entrare in azione per metterci in guardia dagli ostacoli che potremmo incontrare lungo la via. Quando vogliamo pensare al nostro futuro dobbiamo invece orientare le nostre menti in un’altra direzione. Dobbiamo predisporci a osare i balzi più spavaldi per riuscire a rendere possibile l’impossibile. E non appena una cosa “impossibile” diventa possibile viene scompaginata con un effetto domino tutta la struttura del reale e si prepara così il terreno perché molte altre cose “impossibili” possano diventare possibili. Dobbiamo credere nella nostra lista dei desideri se vogliamo sperare di trasformarla in realtà. Dobbiamo creare concetti, istituzioni, tecnologie e politiche che siano adatti e appropriati a raggiungere i nostri scopi […] Per nostra fortuna siamo entrati in un’epoca in cui c’è una speranza che i sogni possano realizzarsi. Il presente deve essere organizzato in modo da consentire un facile passaggio al futuro, senza permettere che il passato possa sbarrarci la strada. I nostri sogni ci sembrano impossibili? Vuol dire che hanno una possibilità di realizzarsi se sapremo crederci fino in fondo e lavorare in questo senso.

(Muhammad Yunus, Si può fare!, Feltrinelli, 2010)

[…] in fin dei conti il pensiero, lo hanno già detto altri, o forse anch’io, è come un grosso gomitolo di filo arrotolato su stesso, lento in alcuni punti, in altri, stretto fino alla soffocazione e allo strangolamento, è qui, dentro la testa, ma è impossibile conoscerne tutta l’estensione, bisognerebbe srotolarlo, tenderlo e in fine misurarlo, ma questo, per quanto lo si tendi, o si finga di tentarlo, non si può fare da soli, senza aiuto, dev’esserci qualcuno che un giorno venga a dirti dove tagliare il cordone che lega l’uomo al suo ombelico, dove legare il pensiero alla sua causa.

[…] gli uomini soffrono generalmente di instabilità emotiva, li distrae persino una nuvola lassù, un ragno che tesse la sua tela, un cane appresso a una farfalla, una gallina che raspa per terra e chiama rumorosamente i figli, o magari qualcosa anche di più semplice, del corpo, come la sensazione di prurito al viso che singe a grattarsi, per poi domandarsi, Che cosa stavo pensando.

[…] Piangi amaramente e abbandonati a grida di dolore, osserva il lutto secondo la dignità del morto, un giorno o due per via dell’opinone pubblica, poi consolati della tua tristezza, ed è scritto anche, Non abbandonare il tuo cuore alla tristezza, ma tienila lontana e rammenta la tua fine, non te ne dimenticare perché non vi sarà ritorno, al morto non servirai a nulla e causerai solo danno a te stesso.

[…] il male è come la famosa e invisibile araba fenice che, mentre sembra che stia morendo nel fuoco, da un uovo che le sue stesse ceneri hanno generato torna a rinascere. Il bene è fragile, delicato, è sufficiente che il male gli spiri sul viso l’alito caldo di un semplice peccato perché gli si bruci per sempre la purezza, gli si spezzi lo stelo di giglio e appasisca la zagara.

[…] la cosa più bella del mondo sono i bambini, ma è grazie a loro che talvolta gli adulti riescono a fare, senza scacco all’orgoglio, certi passi difficili, anche se ci si accorge in seguito che la strada non passava per di lì.

[…] mi sono limitato a prendere ciò che Dio non ha voluto, la carne, con ala sua gioia e la sua trstezza, la gioventù e la vecchiaia, la freschezza e il marciume, ma non è vero che la paura sia una mia arma, non ricordo di essere stato io a inventare il peccato e il suocatigo, e la paura che li accompagna da sempre, Taci, lo interruppe Dio, spazientito, il peccato e il Diavolo sono i due nomi di una stessa cosa, Che cosa, domandò Gesù, La mia assenza, E l’assenza di te, a che cosa si deve, al fatto che ti sia ritirato o che si siano allontanati da te, Io non mi ritiro mai, Ma consenti che ti abbandonino, Chi mi abbandona, mi cerca, E se non ti trova, la colpa, ormai si sa, è del Diavolo, No, la causa di questo non è sua, è colpa mia, che non riesco ad arrivare là dove mi cercano, parole che Dio pronunciò con una pungente e inattesa tristezza, come se all’improvviso avesse scoperto dei limiti al proprio potere.

E’ chiaro, mica tutti se ne vanno in giro a chiedere miracoli, ciascuno di noi, col tempo, si abitua alle sue piccole, o medie magagne e ci convive senza che mai gli passi per la testa di importunare i poteri eccelsi, ma i peccati sono un’latra cosa, i peccati ti tormentano sotto ciò che si vede, non sono la gamba zoppa o il braccio monco, non è la lebbra esterna, ma quella interiore.

[…] com’è successo, è un pensiero che ci soccorre sempre di fronte a ciò per cui non vi è rimedio, domandare agli altri com’è accaduto, una maniera disperata e inutile per distrarci dal momento in cui dovremmo accettare la verità, proprio così, vogliamo sapere com’è successo, ed è come se ancora potessimo sostituire la morte con lavita, al posto di quanto è successo ciò che sarebbe potuto essere.

(José Saramago, Il vangelo secondo Gesù Cristo, 1997)


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