Il Blog di Luca C.

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Votate il progetto cliccando su https://ideas.lego.com/projects/2c17aaec-223f-41f7-9956-55006dae162c

Due settimane fa ho scritto su queste pagine virtuali riguardo la pubblicazione del mio nuovo progetto LEGO® Architecture dedicato a Torino, la mia città. Mentre progettavo con LDD (LEGO® Digital Designer) pensavo all’eventuale fascicolo in cui vengono illustrati e descritti i monumenti riprodotti e alla presentazione del set sulla scatola. Per avere un’idea precisa delle misure del set, del booklet e della scatola ho consultato le istruzioni di montaggio degli altri prodotti della serie medesima scoprendo, così, che in alcuni fascicoletti informativi erano presenti anche delle citazioni di poeti o scrittori. La prima frase che mi è venuta in mente è stata il titolo del secondo libro di Giuseppe Culicchia dedicato a Torino, ovvero Torino è casa nostra che fu pubblicato qualche anno dopo Torino è casa mia. Grazie alle XX Olimpiadi invernali del 2006 Torino è diventata più bella, più turistica e di tutti. Quale frase migliore se non il titolo del libro? Così ho aggiunto la citazione alle descrizioni. La voglia di osare di più mi ha spinto, dopo la pubblicazione del progetto sul sito LEGO Ideas, a contattare Giuseppe Culicchia informandolo che l’avevo citato nel mio progetto. Questi ha trovato l’idea affascinante e, dopo aver chiesto alla redazione de La Stampa (il quotidiano nazionale di Torino) se fosse interessata ad un articolo in merito, mi ha intervistato telefonicamente. L’articolo è stato pubblicato sul numero di venerdì 15 settembre. Non avrei mai sospettato che mi fossero dedicati mezza pagina, il titolo in prima pagina e sulla cartellonistica davanti alle edicole! Quella mattina è stato un susseguirsi di avvisi di “mi piace” sullo smartphone, richieste di amicizia su Facebook, chiamate telefoniche insistenti di radio GRP (FM 99.30 a Torino) nonostante l’opzione non disturbare (purtroppo non ho potuto dedicare loro tempo alla diretta) e una richiesta su FB di una mini intervista su Radio Numer One (FM 104,20 a Torino – andata in onda sabato 23 settembre 2017 grazie all’interesse di Katia De Rossi). Nel giro di poche ore il progetto ha ricevuto più di 500 voti! La notizia è diventata virale. Non avrei mai pensato che un articolo sul mio progetto pubblicato su uno dei quotidiani più importanti d’Italia fosse preso così tanto in considerazione! Speriamo che si continui di questo passo: l’obiettivo è raggiungere 10000 voti per fare in modo che l’azienda danese prenda in considerazione l’idea di produrre il set in larga scala. Sarebbe un sogno realizzato. Se voi che leggete queste righe vi siete incuriositi, vi prego di contribuire ad aumentare i voti. Grazie veramente a tutti!

Il progetto LEGO® Architecture Torino è pubblicato su https://ideas.lego.com/projects/2c17aaec-223f-41f7-9956-55006dae162c

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L’articolo è pubblicato anche on-line su http://www.lastampa.it/2017/09/15/italia/cronache/il-precario-che-ha-progettato-la-torino-di-mattoncini-lego-bibCqfxr9nH3mXDCTcyfEO/pagina.html

Per ascoltare l’intervista

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… esprimere un mio disappunto. Ora vi spiego: finalmente posso dire che sono tra i tanti fan che adesso hanno l’autografo di Fabio Volo sulla prima pagina del suo nuovo romanzo Le prime luci del mattino, grazie alla gentile responsabile della comunicazione del luogo in cui lavoro perché per ovvi motivi non potevo essere presente all’incontro. Traggo spunto da questo simpatico evento per esprimere il mio risentimento personale verso alcune persone (frequentate in passato o con le quali ho contatti tutt’oggi) che pensano di avere più conoscenza delle altre sottovalutando con la loro arroganza il prossimo. Nel caso di Fabio Volo sono stato contento di avere un suo autografo, ma questo mi è costato il giudizio di essere considerato un “italiano medio”. Solo perché mi piace l’artista Fabio Volo? Personalmente non ci trovo nulla di negativo. Magari è una persona antipatica, magari no. Non lo conosco, non è un mio amico. Io posso solo argomentare sul lavoro che svolge. Per me Fabio Volo si mette in gioco: fa l’attore, fa lo scrittore, fa il conduttore radiofonico e televisivo. Ok, magari ci saranno professionisti migliori di lui e può non piacere. Quel che conta per me sono le emozioni e i messaggi che trasmette al suo pubblico e l’invito a riflettere. Invece ci sono i soliti presuntuosi che pensano di avere in mano il dono della conoscenza divina: “Ti piace Fabio Volo? Sei un italiano medio, ti leggi i romanzetti per adolescenti! Fabio Volo è uno sfigato e tu pure che lo segui. Ci sono cose più importanti”. La mia risposta: “Sì, lo seguo con entusiasmo e mi piace il suo programma Il volo del mattino come mi piace anche quello che viene dopo Deejay chiama Italia con Linus e Nicola”. E i presuntuosi: “Che cazzo dici? Anche Linus e Nicola? Quei due lì sono dei qualunquisti e generalisti, parlano a vanvera senza approfondire gli argomenti. Fanno discorsi da bar. Piuttosto scendi in piazza a protestare contro coloro che governano e che ci porteranno alla rovina”. Che dire? Sarò un pirla io che li seguo. E quando ti urlano dietro: “Ma che merda ascolti? La musica è un’altra cosa!” Minchia che rabbia, lo so anche io che la Musica con la M maiuscola è un’altra cosa! A me piace tutto ciò che crea emozioni nel mio cervello e dalla musica classica all’heavy metal io non ho pregiudizi. Anni fa frequentavo degli individui intellettualoidi: essi sono persone molto colte e da loro ho imparato ad apprezzare un po’ di più l’arte e la musica colta, ma purtroppo anche loro all’epoca peccavano di superbia. Pensate che durante un capodanno, giorno in cui ci si dovrebbe divertire, io fui invitato a casa di uno di loro e con entusiasmo selezionavo musica pop, rock’n’roll e latino-americana. La dance no, quella sarebbe stata già troppo eccessiva per le loro orecchie. Cercavo di accontentare un po’ tutti finché arrivò una proposta alternativa: “Adesso possiamo ascoltare un po’ di musica classica?”. Un po’ intimidito e con un po’ di vergogna perché ebbi paura di aver esagerato ad aver imposto l’ascolto dei miei cd, proposi i valzer di Strauss che a capodanno spaccano di brutto! La risposta: “E’ troppo banale.” Io: “Mettiamo un Bolero di Ravel?” – “Cosa? Ma è banale!” – “Ok, fate voi”. Trascorsi un veglione allegro con le arie di Bach e il requiem di Mozart. Non c’è che dire! Favoloso! Mi inchino di fronte alla vostra enorme cultura e mi autoflagello per avervi tediato con i Blues Brothers e gli 883. Beh, d’altronde ero io fuori luogo: io, in vacanza, leggo i fumetti Bonelli, loro i libri di letteratura tedesca in tedesco. Sembrava che tutto fosse banale difronte a loro e che anche io fossi banale. Il bowling? Gioco banale. Max Pezzali? Cantante banale. Un musical moderno a teatro? Banale. E così via. Banale, banale, banale… Banale, che brutta parola, o meglio che brutto significato che ha. La parola banale diventò talmente odiosa che cerco di utilizzarla il meno possibile perché è un aggettivo svilente. Troppe volte la sentii pronunciare dalle loro bocche iniziando ad aver paura io stesso di essere banale, poco interessante e noioso. Come vi permettere voi presuntuosi di criticare il lavoro, la cultura e la vita altrui? Chissà quante fatiche ci sono dietro ad un progetto musicale pop, ad un programma radiofonico alla portata di tutti, ad un libro che parla d’amore. Non esistono solo la musica colta, i programmi di Radio Rai 3, i talk show di politica e le disgrazie elencate nei telegiornali. Esistono magari cosucce un po’ più frivole, non per questo volgari, ma nemmeno rozze come lo possono essere tanti programmi spazzatura in TV. E per fortuna che ci sono: l’essere umano ha anche bisogno di questo. Sapete voi come sarebbe triste il mondo se mancasse un po’ di banalità? Che grigiore! E sapete voi come potrebbe essere complicato far ridere o strappare un sorriso in tempi di crisi come questo che stiamo vivendo, far fantasticare e far riflettere contemporaneamente, per cinquanta minuti, come spesso fa Fabio Volo nel suo programma? Se siete tanto capaci fatelo voi. E poi una soluzione c’è sempre per tutto: non vi piace? Cambiate canale, ma non giudicate negativamente chi non la pensa come voi, come se aveste davanti il re degli ignoranti.

La questione di forma&contenuto mi sembra simile a quella di etica&etica: da una parte mi sembra che ci servano entrambe, perché dovremmo accontentarci di una sola cosa? Dall’altra ho sempre pensato che la soluzione vada cercata fuori, oltre, al di sopra, di traverso. Così sono arrivato alla conclusione che estetica ed etica sono necessari aggettivi dell’energetica, che contiene tanto una che l’altra. Allo stesso modo, penso che sì, il contenuto in musica sia comprimario rispetto alla forma, ma che alla fine entrambi dipendano dalla sostanza vitale che metti nella musica. Ci sono muiscisti straordinari che mi dicono poco o nulla perché li sento appunto troppo attaccati alla forma, troppo preoccupati del come. Mentre da una musica voglio che mi trascini e mi slanci, che mi lasci a bocca aperta, che mi faccia ridere o commuovere (meglio se tutte e due insieme), che mi familiarizzi con una certa grandezza di sentimenti e di stati d’animo, che faccia felici i miei sensi. Tutte cose che non si fanno senza forma, certo: ma che forse in prima battuta non vanno pensate in termini di forma. […] Ma se penso alla scrittura, so quale è la forma che mi corrisponde: mi piace mescolare linguaggio filosofico-evolutivo e linguaggio parlato-sbrigativo, mi piace la frase esplosiva come uno slogan mescolata con frasi costruite con una certa raffinatezza di linguaggio. Però quando scrivo, non scrivo pensando a questo: scrivo e basta. Non so come si fa il musicista: quando però mi capita di immaginare che musica farei, penso innanzitutto a uno stato d’animo, poi penso a un intreccio forte fra melodia cantabile e dissonanze distorsioni, e poi ancora penso che vorrei quel suono lì che ho sentito in un’altra canzone e insieme ci metterei quell’altro suono che ho sentito in un’altra canzone. (Lorenzo “Jovanotti” Cherubini – Franco Bolelli, Viva tutto!, 2011)

Termino con una comunicazione a Fabio Volo (non te la prendere perché sto scherzando, ma mica tanto…): quando passi in cassa a pagare con carta di credito è normale che noi del servizio clienti ti chiediamo il documento. Lo so che tu sei tu, ma questa regola ci è imposta. Dopo tutto chi mi dice che la persona che ho davanti non sia un tuo sosia? Comunque, stai pur tranquillo che controllo solo la firma e che dopo tre secondi ho dimenticato tutto quel che ho letto sulla carta d’identità. Ovviamente la regola vale per tutti, anche per i personaggi pubblici. Buon lavoro e grazie.


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