Il Blog di Luca C.

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Un piccolo grande film che fa riflettere sulla nostra esistenza è Momenti di trascurabile felicità di Daniele Lucchetti tratto dal libro Momenti di trascurabile infelicità di Francesco Piccolo. Non ho letto il libro, quindi non so dirvi se il film è meglio o peggio, però posso assicurarvi che ci tocca dentro nell’anima. La storia è semplice: il protagonista Paolo, interpretato da Pif, sposato e padre di due figli, muore in un incidente stradale. Giunto nell’aldilà Paolo avrà la possibilità di ritornare alla vita terrena a causa di un piccolo errore “burocratico”, ma solo per un’ora e mezza. In questo lasso di tempo il protagonista, potrà capire quali sono le cose che più gli hanno dato felicità, ma che per i suoi comportamenti egocentrici e irresponsabili ha sempre trascurato rendendogli la vita grigia. Insomma, un film che ci fa riflettere su quanto, spesso, tendiamo a dare più attenzione a cose superflue, mentre la felicità è quasi sempre sotto il naso e non sappiamo coglierla. Allo scoccare del termine del tempo concessogli, Paolo dovrà essere accompagnato nell’aldilà imboccando la strada in cui ha avuto l’incidente ripetendolo per la seconda volta, ma egli rifiuta la sua morte prematura.

Per info: https://www.einaudi.it/autori/francesco-piccolo/

Altri film consigliati:

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Il libro: In Iperconessi Jean M. Twenge spiega in maniera egregia il cambiamento sociale che è avvenuto con l’avvento di Internet. In particolar modo si tratta di uno studio sulle nuove generazioni, ovvero gli iGen nati a cavallo tra il XX e il XXI secolo, e sugli effetti negativi del troppo tempo trascorso davanti agli schermi degli smartphone. Ci si domanda cosa rende così vulnerabili psicologicamente i giovani di oggi rispetto a quelli del passato confrontando gli studi fatti sui Baby Boomer, sulla Generazione X e sui Millennial. L’autrice del libro fa riferimento alla popolazione degli Stati Uniti, ma si possono fare i paragoni con quello che sta avvenendo da noi in Italia. Non sempre le situazioni che vengono descritte nel libro si vivono nella nostra nazione, almeno per quel che osservo io. Posso dire che ho avvertito una certa inquietudine leggendo gli effetti negativi che Internet ha sui nostri giovani, ma anche noi adulti. La comodità a cui ci ha abituato Internet è sconcertante, per non parlare della dipendenza (in alcuni casi patologica!) dalle reti sociali rendendoci più soli e vulnerabili. E’ molto interessante il questionario iniziale per capire quanto siamo iGen anche noi adulti. Da qui in poi parte lo studio sulla solitudine, sugli attacchi di panico e ansia, sulla depressione, sull’astinenza sociale e sessuale dei nostri giovani (e anche di noi adulti), sulle situazioni di cyber-bullismo, eccetera, eccetera. Perché una volta si era più “forti”, meno insofferenti, più incoscienti, meno “protetti”, più liberi e sicuramenti più sani? Perché gli adolescenti diventano adulti sempre più tardi? Una parte delle colpe è da attribuire anche alla crisi economica iniziata il primo decennio del 2000? C’è una soluzione? Sì, la soluzione c’è, è possibile e tutto sommato è abbastanza semplice e scontata. Come sempre dipende dalla forza di volontà di ognuno di noi.

La citazione: […] gli iGen sono spaventati, forse addirittura terrorizzati. Sono cresciuti lentamente […] sono arrivati all’adolescenza in un’epoca in cui la loro principale attività è fissare un piccolo schermo rettangolare che può apprezzarli o rifiutarli. […] Il risultato è che sono sia la generazione più sicura sul piano fisico, sia la più fragile sul piano mentale. […] Se riescono letteralmente a mollare la presa sul telefono e si tolgono il pesante mantello della paura di dosso, possono ancora spiccare il volo. E noialtri saremo lì, a fare il tifo per loro.

Per info: https://www.einaudi.it/catalogo-libri/problemi-contemporanei/iperconnessi-jean-m-twenge-9788806238568/

Per la serie “i film che almeno una volta bisogna vedere, ma non se li fila nessuno anche perché surclassati dalle major” vi presento due gradevoli piccoli film in cui c’è la presenza di un attore che a me piace particolarmente per la sua bravura ovvero Giuseppe Battiston.

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Il primo film, più recente, si intitola Finché c’è prosecco c’è speranza diretto da Antonio Padovan e tratto dal libro omonimo di Fulvio Ervas. La vicenda si svolge nella meravigliosa campagna veneta in cui si produce prosecco. Il conte Desiderio Ancillotto noto produttore di vini pregiati viene trovato morto. Chiaramente si tratta di suicidio, ma misteriosi omicidi di persone vicine al conte riaprono il caso. Ad indagare c’è l’ispettore Stucky (si legge Stucchi) interpretato dal bravo Battiston.

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Il secondo film, meno recente, ma che ho rivisto poco tempo fa con piacere è Io c’è diretto da Alessandro Aronadio, con Margherita Buy, Edoardo Leo e ovviamente Giuseppe Battiston. Massimo Alberti, proprietario di un bed & breakfast, è a rischio fallimento e per evitare di dover pagare troppe tasse indebitandosi ulteriormente decide di inventarsi una religione (lo ionismo) e trasformare l’attività alberghiera in un luogo di culto in cui ospitare i fedeli e farsi pagare con offerte. Ad aiutarlo la sorella Adriana (Margherita Buy) e lo scrittore ed intellettuale Marco (Giuseppe Battiston) che stilerà lo statuto, le regole, i simboli sacri e i riti della nuova religione. I fedeli alla nuova religione aumentano, ma l’unico a non crederci è proprio l’ideatore. Si ride e si riflette. Insomma, con le religioni non bisogna tanto scherzare…

Altri film consigliati:

Il riassunto: Chi non conosce Bebe Vio la famosa schermista italiana che ha partecipato alle Paralimpiadi di Rio 2016? L’atleta ha voluto raccontarsi in un libro scritto di getto, quindi vero e autentico, sulla sua vita privata e pubblica, sulla sua determinazione a rialzarsi dopo la meningite che la colpì da bambina, a coltivare la passione dello scherma, a ottenere la convocazione a Rio, a vincere, a vivere… Soprattutto vuole lanciare ai lettori un messaggio importante: mai arrendersi difronte a ciò che sembra impossibile da raggiungere se ci crediamo veramente.

Il mio giudizio personale: A molti potrebbe sembrare il classico libro “commerciale” scritto da una persona famosa al momento del successo e quindi molto appetibile al pubblico, ma invece direi che bisognerebbe leggerlo per il messaggio positivo e di speranza che veicola. Nonostante le difficoltà c’è sempre un metodo per superarle, se solo lo volessimo, se solo imparassimo a guardare da un’angolazione diversa, se solo fossimo determinati, positivi e con un po’ di autoironia. La positività porta altra positività e il futuro ci potrebbe riservare delle belle sorprese (molto divertente il capitolo sull’incontro con il presidente Obama). Sembra scontato, ma non è così. Bebe Vio ha scritto un libro che tutti dovremmo leggere, soprattutto in questo momento di grande sconforto, insicurezza e paura.

La citazione: Mettetela così: in un certo senso, tutti hanno le proprie disabilità. […] Allora scegliete di essere solari e cominciate a cambiare il vostro punto di vista su quello che vi succede. Non domandatevi: perché è successo proprio a me? Chiedetevi: cosa posso fare per ricominciare da qui?

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Il riassunto: Con Retromania (musica, cultura pop e la nostra ossessione per il passato), Simon Reynolds cerca di dare delle risposte alla dilagante mania del vintage e alla mancanza di novità, musicalmente parlando, in questo XXI secolo. Lo fa magistralmente toccando tematiche sociali, politiche, tecnologiche, economiche e artistiche partendo dagli inizi del ‘900 quando la musica iniziava ad essere alla portata di tutti, ovvero popolare, grazie alla diffusione dei primi grammofoni fino ai giorni nostri con i walkman, gli ipod e i canali di streaming musicale. Simon Reynolds si chiede se la nostra ossesione del vintage è solo una mania del nuovo secolo oppure anche in passato si è ricorso alla riscoperta del passato (scusate il gioco di parole)? Questa mancanza di creatività, di innovazione, di “guardare al futuro” è solo un momento passeggero? E per quanto tempo sarà così?

Il mio giudizio personale: Questo meraviglioso saggio ci permette anche di scoprire (almeno per me) nuovi generi musicali e artisti di cui ignoravo l’esistenza. Ci sono numerosissime citazioni di titoli e nomi di musicisti. Per il resto mi sono fatto una mia idea personale: ritengo che oggi siamo sommersi da troppe informazioni e come risposta a ciò sembra che sia più semplice rimanere fermi e subire quello che ci passa l’industria musicale: numerosi progetti studiati a tavolino, personaggi creati ad hoc, talent-show di dubbia qualità. Mi chiedo quanti di questi “artisti” sanno suonare almeno uno strumento, sanno leggere uno spartito, sanno scrivere il testo di una canzone, hanno studiato canto e composizione? Ci dovremmo accontentare di suoni sempre più sintetici e di cantati (ri)elaborati con un computer da un abile ingegnere del suono e un programmatore? Ci dovremmo accontentare di canzoni scritte per essere il successo del momento, massimo un mese e poi via per sparire nel dimenticatoio? Ci dovremmo accontentare di riascoltare brani del passato aggiornati con suoni più moderni e sintetici e pessimi remix (soprattutto nel mondo della dance)? Cosa rimarrà in futuro dei brani musicali di questi ultimi vent’anni? Non riesco ad individuarne uno che possa diventare un evergreen. E voi cosa ne pensate?

La citazione: La riorganizzazione spazio-temporale nell’era di internet sembra rispecchiare le distorsioni nella coscienza di sé, che appare diluita e intasata. Il commediografo Richard Foreman utilizzava l’immagine del “popolo pancake” per descrivere come ci si sente a essere “dilatati e schiacciati mentre ci connettiamo a quella vasta rete di informazioni accessibili con il solo tocco di un bottone”, contrapponendolo alla profonda ricchezza interiore del sé istruito e formato da una cultura eminentemente letteraria, dove l’identità è complessa “come una cattedrale”. In effetti, seduto di fronte al computer, mi sento teso e stressato dalle opzioni disponibili. Sono tutt’uno con lo schermo; le pagine e le finestre aperte in simultanea determinano uno stato di “attenzione parziale continua” (l’espressione coniata dalla dirigente di Microsoft Linda Stone per descrivere la frammentazione della coscienza provocata dal multitasking). E’ il “presente” che abito a sembrare appiattito, un qui e ora costellato di accessi a innumerevoli potenziali dimensioni spazio-temporali alternative. Tempo fa avvertivo una strana nostalgia  per  la noia, quel vuoto assoluto così familiare quando ero adolescente, studente al college o fannullone poco più che ventenne in coda per il sussidio di disoccupazione. Quelle impressionanti voragini temporali impossibili da colmare mi inducevano una sensazione di tedio così intenso da essere quasi spirituale. Parlo dell’era pre-digitale (prima dei cd, prima dei personal computer, assai prima di internet), quando nel Regno Unito c’erano solo tre o quattro canali televisivi praticamente inguardabili, un paio di stazioni radio appena tollerabili, niente videoteche o dvd da comprare, niente email, niente blog, niente webzine, niente social media. Per alleviare la noia si ricorreva a libri, riviste e dischi, tutti articoli limitati dalle disponibilità finanziarie. Altre soluzioni erano il crimine, la droga e la creatività. Era un’economia culturale fondata sulla penuria e la dilazione. Gli amanti della musica aspettavano che le novità, il programma radiofonico di John Peel alle dieci, Top of the Pops il giovedì. Le lunghe attese alimentavano l’impazienza e, se per caso ti perdevi la trasmissione, Peel o il concerto, l’Evento svaniva per sempre. Oggi la noia è diversa. Nasce dall’iper-saturazione, dalla distrazione, dall’inquietudine. Io mi annoio spesso, ma non per colpa della carenza di possibilità: i mille canali tv, la munificenza di Netflix, lo sconfinato assortimento di radio online, gli innumerevoli album da ascoltare, i dvd da guardare e i libri da leggere, il labirintico archivio di YouTube. La noia di oggi non è fame, non è una reazione alla privazione; è un’inappetenza culturale generata dall’eccesso di stimoli che reclamano attenzione e tempo.

Negli ultimi vent’anni, questa spinta verso l’ignoto sembra essere crollata e implosa. Se osserviamo la cultura occidentale degli ultimi dieci anni – il predominio di moda e gossip, celebrità e immagine; una popolazione ossessionata da arredo e cucina; la metastasi dell’ironia nella società – il quadro appare francamente decadente. La cultura rétro, dunque, altro non sarebbe che una sfaccettatura della caduta dell’Occidente. […] In termini di musica popolare, queste prospettive per il prossimo secolo sembrano suggerire che la tradizione pop angloamericana abbia perso lo slancio innovativo e la palla sia ora nella metà campo del resto del mondo. Il metabolismo economico iperaccelerato della nazioni in ascesa come la Cina e l’India provocherà inevitabilmente contrasti sociali e turbolenze culturali di ogni genere […]. Magari ne scaturirà della musica grandiosa, o qualche altra forma culturale affascinante. Insomma, forse è ora che l’Occidente… si riposi.

Per info:

https://www.minimumfax.com/shop/product/retromania-1947


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